!. OFFERTE DI LAVORO.? .!

No; … furto di dignitĂ  del lavoro !
La crisi prima della crisi .!

16 aprile 2014
Disoccupazione.
Oggi è un mal comune. Ma ci sono posti in cui un giovane ha sempre faticato a trovare un lavoro che potesse definirsi tale. Posti in cui la crisi faceva i suoi danni prima ancora di divenire mondiale. Questa è la mia esperienza.
Lavoro, disoccupazione.
Disoccupazione e lavoro.
Ecco di cosa si parla principalmente nell’ultimi periodi, diciamo da qui a un paio d’anni andando a ritroso. Crisi, lavoro, disoccupazione. La crisi che elimina il lavoro che quindi crea disoccupazione.
Eppure io questa scena la vivo da un bel po’ di anni, da un bel po’ prima che si parlasse di crisi e l’ho vissuta in una maniera così completa che l’ultima volta che ho parlato con una sindacalista non credeva che davvero mi fossi trovata in tutte quelle situazioni. E io vorrei parlarvene, un po’ per sfogo e un po’ perché ormai non riguarda solo l’emarginato sud, la disastrata Napoli, è così ovunque, e quasi mi sento avvantaggiata ad avere già tutta questa conoscenza nel settore e ritengo sia giusto condividerne un po’.
Non vi racconterò tutto, perché in dieci anni ho lavorato davvero tanto, ricoperto ruoli completamente diversi tra loro. Dalla commessa alla segretaria, alla cameriera. Ho lavorato in un’agenzia che organizzava concerti, in una videoteca, in un pub. Ho addirittura fatto una prova in un’agenzia di investigazioni private. Ho fatto la hostess in un supermercato e venduto abbonamenti porta a porta. In dieci anni ho fatto così tanto che ho dovuto iniziare a omettere i vecchi impieghi dal curriculum, divenuto una sorta di Divina Commedia del lavoro.
E’ per questo che a volte rido quando
per consolarmi mi viene detto “dai, fa curriculum!”.
Devo dire però che tutte queste esperienze, sebbene diverse tra loro, avevano un fattore in comune: la precarietà. Anche se chiamarla così suona un po’ come una presa in giro. Un lavoro in nero non è precario. Semplicemente non è lavoro.
Ma in tutti questi anni un po’ ho imparato ad apprezzare chi ti da un lavoro così, almeno non ti prende in giro. Sono quelli che ti dicono che se non ti sta bene puoi andare via, tanto ne troverà altre dieci. Quelli che ti sfruttano facendoti lavorare dal lunedì al sabato, dalle 8:30 del mattino alle 20:00 per 450€ al mese, come mi successe all’inizio. Quelli che ti fanno capire che sei giovane e devi fare gavetta. Sembrano i cattivi, ma c’è di peggio. Ci sono quelli che ti dicono le stesse cose, ma che in più indossano la maschera del buon samaritano perché, a differenza degli altri, a differenza del mondo ingiusto che c’è lì fuori, loro ti danno un contratto.
Come il negozio di abbigliamento per moto, una grossa catena con parecchi punti vendita a Napoli, talmente grossa da potersi permettere uno spot passato sulle reti Mediaset, ma così piccola da obbligare le proprie dipendenti a firmare, insieme al contratto, le dimissioni in bianco, contratto a tempo determinato per un lavoro part-time, un part time che però, in concreto, andava dalle 8:30 del mattino alle 8 di sera.
Oppure l’agenzia per il credito, sette mesi a nero con una promessa di assunzione che slittava di settimana in settimana. Poi finalmente arriva il momento, ti sei impegnata, hai fatto il lavoro di due persone per 600€ al mese, il tuo capo ti manda a chiamare, ti elogia, i suoi complimenti sono tutti per te ed è davvero felice di dirti che ti darà 1000€ al mese in cambio dell’apertura di una partita Iva.
Tutti i doveri di un dipendente,
ma nessun diritto.
O la grossa catena di profumerie, che ti fa firmare una busta paga da 1100€, ma te ne da in contanti solo 600, per stare lì da mattina a sera, compresi sabati, in un continuo regime di terrore nel quale le dipendenti non potevano nemmeno prendere un caffè insieme in pausa pranzo o scambiarsi un numero di telefono.
E ancora un’altra agenzia del credito. Un contratto a tempo determinato di sei mesi rinnovato tre volte. Poi chiedi delle ferie, e dopo che hai comprato anche il biglietto aereo ritrattano e negano, facendoti firmare con l’inganno le dimissioni.
In tutti questi lavori ho messo il mio tempo e il mio impegno, ricevendo elogi e responsabilitĂ , ma mai il diritto ad una vita tranquilla.
Qui ci hanno abituati all’idea del lavoro come un dono, da sempre, da prima della crisi mondiale, da prima di tutto.
Il mio unico rimpianto è quello di non essermi laureata, troppo affamata di indipendenza e con poca fiducia in me stessa, ma quando mi sono decisa a riprendere gli studi, seppur con un corso privato, era già troppo tardi, il cinismo si era già propagato oltrepassando i confini del sud. Ed ecco che anche a Milano, in sede di colloquio, mi sento chiedere se ho intenzione di sposarmi e avere figli, perché nel caso di un accordo, si parlerebbe di contratto solo dopo una gravidanza.
Sembra così difficile per una donna avere un lavoro e metter su famiglia senza dover scegliere tra le due cose. E’ una questione ideologica, ma non solo. Si sta schiacciando il diritto al lavoro, ma anche il diritto di ogni uomo a vivere e non sopravvivere.
Si permette ai potenti di usare il lavoro come ricatto, si distrugge la fiducia e la speranza. Da tutti quei lavori sono scappata di mia spontanea volontà quando mi rendevo conto che il limite che mi ero posta veniva valicato, che la mia dignità veniva schiacciata più del dovuto. Andavo via perché speravo, sapevo, che c’era qualcosa di meglio lì fuori. Ma ci sono persone che non possono permettersi una simile libertà, che devono stare ai ricatti, accettare situazioni ben più pesanti imposte da quei “datori di lavoro” che si credono piccoli tiranni, che si vedono vittime dello Stato e in quanto tali si sentono in diritto di calpestare chi è meno forte di loro.
Sono quelli che insultano gli operatori telefonici, che fermano con un cenno della mano infastidito il ragazzo che distribuisce volantini, che guardano con disprezzo la cameriera che tarda a sparecchiare o che entrano in un negozio di abbigliamento a cinque minuti dalla chiusura.
Sono quelli che non hanno mai dovuto fare un lavoro simile, che non rispettano chi, come loro, a fine mese porta a casa uno stipendio guadagnato con il sudore della fronte. Sono quelli che sono i tuoi “superiori” e credono di esserlo anche dopo che hai marcato il cartellino. Sono quelli che si credono migliori, quando spesso sono solo stati più fortunati.
Ma finché non si insegnerà a tutti il rispetto per il lavoro, di qualsiasi tipo e livello, finché anche chi sta su, in alto, non avrà provato sulla sua pelle cosa significa dover scegliere tra un figlio o un lavoro, tutte le leggi del mondo non saranno sufficienti a garantire i diritti dei lavoratori, e ancora la dignità umana verrà calpestata, in nome del guadagno personale o della semplice ignoranza.
fuente:  dal blog di Onda Longobardo …